martedì 6 marzo 2012

Il Papa: I cristiani ora possono vedere nell'atto di spezzare il pane compiuto da Gesù un'immagine dell'ospitalità di Dio, nella quale il Figlio incarnato dona se stesso come pane di vita (Prefazione al libro del card. Cordes)

In un libro del cardinale Cordes il Papa spiega il senso della vita cristiana
Pane spezzato per gli altri

Pubblichiamo la prefazione scritta da Papa Benedetto XVI al libro del cardinale Paul Josef Cordes, presidente emerito del Pontificio Consiglio «Cor Unum», L'aiuto non cade dal cielo. Caritas e spiritualità (Siena, Cantagalli, 2011, pagine 160, euro 16, traduzione di Jörg Schwipper, «Cristianesimo e cultura» 16).

Nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, san Luca descrive la Chiesa nascente con quattro caratteristiche che ne connotano la vita: «Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (Atti, 2, 42). Alcuni versetti dopo, Luca ritorna nuovamente su quanto aveva detto: «Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (Atti, 2, 46). Lo spezzare il pane, nominato due volte, appare come elemento centrale della comunità cristiana e ci ricorda l'incontro del Risorto con i discepoli di Emmaus (Luca, 24, 30 ss.), che a sua volta ci rimanda all'ultima cena (Luca, 22, 19). Questa è una parola che nella molteplicità dei suoi significati lascia trasparire il centro portante e al tempo stesso tutta l'ampiezza dell'esistenza cristiana.
Certo, essa si riferisce innanzitutto a qualcosa di molto semplice, di quotidiano. Nel mondo ebraico era compito del padrone di casa spezzare il pane dopo una preghiera e distribuirlo tra i commensali; questo sia durante pranzi familiari, o convivi, che in occasione di pasti di carattere rituale, come la sera della Pesah. Gesù padrone di casa e ospite paterno dei suoi ha raccolto questa usanza la quale, nella cena alla vigilia della sua agonia, acquista tuttavia un nuovo significato. Infatti, in quell'ora, Gesù non distribuisce solo pane, ma se stesso: Egli si dona.
Già nel pasto quotidiano lo spezzare il pane ha un doppio significato: è allo stesso tempo un gesto di condivisione e di unione. In virtù del pane condiviso la comunità a tavola diventa una: tutti mangiano dello stesso pane. La condivisione è un gesto di comunanza, di donazione, che rende partecipi della famiglia anche gli ospiti. Questo condividere e unire raggiunge nell'ultima cena di Gesù una profondità mai immaginata prima. Nello spezzare il pane egli compie quel «li amò sino alla fine» (Giovanni, 13, 1) in cui egli dona se stesso e diventa pane «per la vita del mondo» (Giovanni, 6, 51).
Evidentemente il particolare gesto con cui Gesù spezzò il pane è penetrato profondamente nelle anime dei discepoli, come possiamo evincere dal racconto dei discepoli di Emmaus. Ricordando quel gesto, essi vi hanno visto racchiuso tutto il mistero della consegna di sé messa in atto da Gesù.
L'espressione «spezzare il pane» nella Chiesa nascente andò così a designare l'Eucaristia, dunque ciò che la caratterizzò e la tenne unita come nuova comunità.
Dal ricordo dell'ultima cena però emergeva anche chiaramente che l'Eucaristia è più di un semplice atto di culto che si esaurisce nella celebrazione liturgica. Lo spezzare il pane era di per sé un'immagine di comunione, dell'unire attraverso la condivisione.
I cristiani ora possono vedere nell'atto di spezzare il pane compiuto da Gesù un'immagine dell'ospitalità di Dio, nella quale il Figlio incarnato dona se stesso come pane di vita. Di conseguenza la frazione del pane eucaristico deve proseguire nello “spezzare il pane” della vita quotidiana, nella disponibilità a condividere quanto si possiede, a donare e così unire.
È semplicemente l'amore in tutta la sua immensità che si manifesta in questo gesto, e con esso il nuovo concetto cristiano di culto e di cura per il prossimo: l'Eucaristia deve divenire “spezzare il pane” a tutti i livelli, altrimenti il suo significato non si compie. Deve divenire diaconìa, servizio e dono nella vita quotidiana.
E specularmente la premura sociale della caritas non è mai solo agire pragmatico, bensì sorge dalle radici profonde della comunione con il Signore che si dona, dalla dinamica dell'amore partecipe di Dio per noi.
Mi rallegro che il cardinale Cordes abbia raccolto e spiegato, con grande energia, l'impulso che ho cercato di avviare con l'enciclica Deus caritas est. Saluto come parte della sua fatica questo suo libro L'aiuto non cade dal cielo. Caritas e spiritualità, in cui viene mostrato da varie prospettive quanto è racchiuso nella parola fondamentale caritas - amore. Perciò auguro a questo libro l'ascolto attento che penetra nei cuori e, andando oltre la ricezione e la lettura, conduce ad agire con amore e a una comunione più profonda con Gesù Cristo.

(©L'Osservatore Romano 5-6 marzo 2012)

sabato 11 febbraio 2012

La condivisione del pane come fondamento della carità cristiana. Bernardo contro Abelardo cuore o ragione quella sfida tra due teologie. Due testi tratti dalle catechesi del Papa

Vedi anche:

Ireneo, Origene, Agostino tra la filosofia e il Vangelo. Le catechesi di Papa Benedetto (Calabrò)

Il primato dell'amore alla luce della ragione (Calabrò)

Su segnalazione di Alessia leggiamo:

La condivisione del pane come fondamento della carità cristiana

BERNARDO CONTRO ABELARDO CUORE O RAGIONE QUELLA SFIDA TRA DUE TEOLOGIE

BENEDETTO XVI

11 febbraio 2012 — pagina 55 sezione: CULTURA

Tra i rappresentanti della teologia monastica e di quella scolastica del XII secolo, che potremmo chiamare, in un certo senso, rispettivamente "teologia del cuore" e "teologia della ragione", si e sviluppato un dibattito ampio e a volte acceso, simbolicamente rappresentato dalla controversia tra san Bernardo di Chiaravalle e Abelardo. Per comprendere questo confronto tra i due grandi maestri, è bene ricordare che la teologia è la ricerca di una comprensione razionale, per quanto possibile, dei misteri della Rivelazione cristiana, creduti per fede: fides quaerens intellectum - la fede cerca l' intellegibilità -, per usare una definizione tradizionale, concisa ed efficace. Ora, mentre san Bernardo, tipico rappresentante della teologia monastica, mette l' accento sulla prima parte della definizione, cioè sulla fides - la fede, Abelardo, che è uno scolastico, insiste sulla seconda parte, cioè sull' intellectus, sulla comprensione per mezzo della ragione. Per Bernardo la fede stessa è dotata di un' intima certezza, fondata sulla testimonianza della Scrittura e sull' insegnamento dei Padri della Chiesa. La fede inoltre viene rafforzata dalla testimonianza dei santi e dall' ispirazione dello Spirito Santo nell' anima dei singoli credenti. Nei casi di dubbio e di ambiguità, la fede viene protetta e illuminata dall' esercizio del Magistero ecclesiale. Così Bernardo fa fatica ad accordarsi con Abelardo, e più in generale con coloro che sottoponevano le verità della fede all' esame critico della ragione; un esame che comportava, a suo avviso, un grave pericolo, e cioè l' intellettualismo, la relativizzazione della verità, la messa in discussione delle stesse verità della fede. In tale modo di procedere Bernardo vedeva un' audacia spinta fino alla spregiudicatezza, frutto dell' orgoglio dell' intelligenza umana, che pretende di «catturare» il mistero di Dio. In una sua lettera, addolorato, scrive cosi: «L' ingegno umano si impadronisce di tutto, non lasciando più nulla alla fede. Affronta ciò cheè al di sopra di sé, scruta ciò che gliè superiore, irrompe nel mondo di Dio, altera i misteri della fede, più che illuminarli; ciò che è chiuso e sigillato non lo apre, ma lo sradica, e ciò che non trova percorribile per sé, lo considera nulla, e rifiuta di credervi» ( Epistola 188,1). Per Bernardo la teologia ha un unico scopo: quello di promuovere l' esperienza viva e intima di Dio. La teologia è allora un aiuto per amare sempre di più e sempre meglio il Signore, come recita il titolo del trattato sul Dovere di amare Dio ( De diligendo Deo ). In questo cammino, ci sono diversi gradi, che Bernardo descrive approfonditamente, fino al culmine, quando l' anima del credente si inebria nei vertici dell' amore. L' anima umana può raggiungere già sulla terra questa unione mistica con il Verbo divino, unione che il Doctor Mellifluus descrive come "nozze spirituali". Il Verbo divino la visita, elimina le ultime resistenze, l' illumina, l' infiamma e la trasforma. Abelardo, che tra l' altro è proprio colui che ha introdotto il termine "teologia" nel senso in cui lo intendiamo oggi, si pone invece in una prospettiva diversa. Nato in Bretagna, in Francia, questo famoso maestro del XII secolo era dotato di un' intelligenza vivissima e la sua vocazione era lo studio. Si occupò dapprima di filosofia e poi applicò i risultati raggiunti in questa disciplina alla teologia, di cui fu maestro nella città più colta dell' epoca, Parigi, e successivamente nei monasteri in cui visse. Era un oratore brillante: le sue lezioni venivano seguite da vere e proprie folle di studenti. Spirito religioso, ma personalità inquieta, la sua esistenza fu ricca di colpi di scena: contestò i propri maestri, ebbe un figlio da una donna colta e intelligente, Eloisa. Si pose spesso in polemica con i suoi colleghi teologi, subì anche condanne ecclesiastiche, pur morendo in piena comunione con la Chiesa, alla cui autorità si sottomise con spirito di fede. Proprio san Bernardo contribuì alla condanna di alcune dottrine di Abelardo nel sinodo provinciale di Sens del 1140,e sollecitò anche l' intervento del papa Innocenzo II. L' abate di Chiaravalle contestava, come abbiamo ricordato, il metodo troppo intellettualistico di Abelardo, che, ai suoi occhi, riduceva la fede a una semplice opinione sganciata dalla verità rivelata. Quelli di Bernardo non erano timori infondati ed erano condivisi, del resto, anche da altri grandi pensatori del tempo. Effettivamente, un uso eccessivo della filosofia rese pericolosamente fragile la dottrina trinitaria di Abelardo,e così la sua idea di Dio. In campo morale il suo insegnamento non era privo di ambiguità: egli insisteva nel considerare l' intenzione del soggetto come l' unica fonte per descrivere la bontà o la malizia degli atti morali, trascurando così l' oggettivo significato e valore morale delle azioni, un soggettivismo pericoloso. È questo - come sappiamo - un aspetto molto attuale per la nostra epoca, nella quale la cultura appare spesso segnata da una crescente tendenza al relativismo etico: solo l' io decide cosa sia buono per me, in questo momento. Non bisogna dimenticare, comunque, anche i grandi meriti di Abelardo, che ebbe molti discepoli e contribuì decisamente allo sviluppo della teologia scolastica, destinata a esprimersi in modo più maturo e fecondo nel secolo successivo. Né vanno sottovalutate alcune sue intuizioni, come, per esempio, quando afferma che nelle tradizioni religiose non cristiane c' è già una preparazione all' accoglienza di Cristo, Verbo divino. Che cosa possiamo imparare, noi, oggi, dal confronto, dai toni spesso accesi, tra Bernardo e Abelardo, e, in genere, tra la teologia monastica e quella scolastica? Anzitutto credo che esso mostri l' utilità e la necessità di una sana discussione teologica nella Chiesa, soprattutto quando le questioni dibattute non sono state definite dal Magistero, il quale rimane, comunque, un punto di riferimento ineludibile. San Bernardo, ma anche lo stesso Abelardo, ne riconobbero sempre senza esitazione l' autorità. Inoltre, le condanne che quest' ultimo subì ci ricordano che in campo teologico deve esserci un equilibrio tra quelli che possiamo chiamare i principi architettonici datici dalla Rivelazione e che conservano perciò sempre la prioritaria importanza, e quelli interpretativi suggeriti dalla filosofia, cioè dalla ragione, che hanno una funzione importante ma solo strumentale. Quando tale equilibrio tra l' architettura e gli strumenti di interpretazione viene meno, la riflessione teologica rischia di essere viziata da errori, ed è allora al Magistero che spetta l' esercizio di quel necessario servizio alla verità che gli è proprio. Inoltre, occorre mettere in evidenza che, tra le motivazioni che indussero Bernardo a "schierarsi" contro Abelardo e a sollecitare l' intervento del Magistero, vi fu anche la preoccupazione di salvaguardare i credenti semplici e umili, i quali vanno difesi quando rischiano di essere confusi o sviati da opinioni troppo personali e da argomentazioni teologiche spregiudicate, che potrebbero mettere a repentaglio la loro fede. Vorrei ricordare, infine, che il confronto teologico tra Bernardo e Abelardo si concluse con una piena riconciliazione tra i due, grazie alla mediazione di un amico comune, l' abate di Cluny, Pietro il Venerabile. Abelardo mostro umiltà nel riconoscere i suoi errori, Bernardo usò grande benevolenza. In entrambi prevalse ciò che deve veramente stare a cuore quando nasce una controversia teologica, e cioè salvaguardare la fede della Chiesa e far trionfare la verità nella carità. Che questa sia anche oggi l' attitudine con cui ci si confronta nella Chiesa, avendo sempre come meta la ricerca della verità. Udienza generale, 4 novembre 2009, piazza San Pietro © Libreria Editrice Vaticana 2012 © 2012 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/11/bernardo-contro-abelardo-cuore-ragione-quella-sfida.html

giovedì 1 dicembre 2011

La pastorale del matrimonio deve fondarsi sulla verità. Da uno scritto poco conosciuto del cardinale Joseph Ratzinger pubblicato nel 1998 (O.R.)

Da uno scritto poco conosciuto del cardinale Joseph Ratzinger pubblicato nel 1998

La pastorale del matrimonio deve fondarsi sulla verità

A proposito di alcune obiezioni contro la dottrina della Chiesa circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati

Nel 1998 il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, introdusse il volume intitolato Sulla pastorale dei divorziati risposati, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana in una collana del dicastero («Documenti e Studi», 17). Per l’attualità e l’ampiezza di prospettive di questo scritto poco conosciuto, ne riproponiamo la terza parte, con l’aggiunta di tre note. Il testo è disponibile sul sito del nostro giornale (www.osservatoreromano.va), oltre che in italiano, anche in francese, inglese, portoghese, spagnolo e tedesco.

La Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati del 14 settembre 1994 ha avuto una vivace eco in diverse parti della Chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della Chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.
Alcune obiezioni più significative — soprattutto il riferimento alla prassi ritenuta più flessibile dei Padri della Chiesa, che ispirerebbe la prassi delle Chiese orientali separate da Roma, così come il richiamo ai principi tradizionali dell’epikèia e della aequitas canonica — sono state studiate in modo approfondito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Gli articoli dei professori Pelland, Marcuzzi e Rodriguez Luño1 sono stati elaborati nel corso di questo studio. I risultati principali della ricerca, che indicano la direzione di una risposta alle obiezioni avanzate, saranno ugualmente qui brevemente riassunti.

1. Molti ritengono, adducendo alcuni passi del Nuovo Testamento, che la parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio permetta un’applicazione flessibile e non possa essere classificata in una categoria rigidamente giuridica.
Alcuni esegeti rilevano criticamente che il Magistero in relazione all’indissolubilità del matrimonio citerebbe quasi esclusivamente una sola pericope — e cioè Marco, 10, 11-12 — e non considererebbe in modo sufficiente altri passi del Vangelo di Matteo e della prima Lettera ai Corinzi. Questi passi biblici menzionerebbero una qualche “eccezione” alla parola del Signore sull’indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (Matteo, 5, 32; 19, 9) e nel caso di separazione a motivo della fede (1 Corinzi, 7, 12-16). Tali testi sarebbero indicazioni che i cristiani in situazioni difficili avrebbero conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù.
A questa obiezione si deve rispondere che i documenti magisteriali non intendono presentare in modo completo ed esaustivo i fondamenti biblici della dottrina sul matrimonio. Essi lasciano questo importante compito agli esperti competenti. Il Magistero sottolinea però che la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio deriva dalla fedeltà nei confronti della parola di Gesù. Gesù definisce chiaramente la prassi veterotestamentaria del divorzio come una conseguenza della durezza di cuore dell’uomo. Egli rinvia — al di là della legge — all’inizio della creazione, alla volontà del Creatore, e riassume il suo insegnamento con le parole: «L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» (Marco, 10, 9). Con la venuta del Redentore il matrimonio viene quindi riportato alla sua forma originaria a partire dalla creazione e sottratto all’arbitrio umano — soprattutto all’arbitrio del marito, per la moglie infatti non vi era in realtà la possibilità del divorzio. La parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio è il superamento dell’antico ordine della legge nel nuovo ordine della fede e della grazia. Solo così il matrimonio può rendere pienamente giustizia alla vocazione di Dio all’amore ed alla dignità umana e divenire segno dell’alleanza di amore incondizionato di Dio, cioè «Sacramento» (cfr. Efesini, 5, 32).
La possibilità di separazione, che Paolo prospetta in 1 Corinzi, 7, riguarda matrimoni fra un coniuge cristiano e uno non battezzato. La riflessione teologica successiva ha chiarito che solo i matrimoni tra battezzati sono «sacramento» nel senso stretto della parola e che l’indissolubilità assoluta vale solo per questi matrimoni che si collocano nell’ambito della fede in Cristo. Il cosiddetto «matrimonio naturale» ha la sua dignità a partire dall’ordine della creazione ed è pertanto orientato all’indissolubilità, ma può essere sciolto in determinate circostanze a motivo di un bene più alto — nel caso la fede. Così la sistematizzazione teologica ha classificato giuridicamente l’indicazione di san Paolo come privilegium paulinum, cioè come possibilità di sciogliere per il bene della fede un matrimonio non sacramentale. L’indissolubilità del matrimonio veramente sacramentale rimane salvaguardata; non si tratta quindi di una eccezione alla parola del Signore. Su questo ritorneremo più avanti.
A riguardo della retta comprensione delle clausole sulla pornèia esiste una vasta letteratura con molte ipotesi diverse, anche contrastanti. Fra gli esegeti non vi è affatto unanimità su questa questione. Molti ritengono che si tratti qui di unioni matrimoniali invalide e non di eccezioni all’indissolubilità del matrimonio. In ogni caso la Chiesa non può edificare la sua dottrina e la sua prassi su ipotesi esegetiche incerte. Essa deve attenersi all’insegnamento chiaro di Cristo.

2. Altri obiettano che la tradizione patristica lascerebbe spazio per una prassi più differenziata, che renderebbe meglio giustizia alle situazioni difficili; la Chiesa cattolica in proposito potrebbe imparare dal principio di «economia» delle Chiese orientali separate da Roma.
Si afferma che il Magistero attuale si appoggerebbe solo su di un filone della tradizione patristica, ma non su tutta l’eredità della Chiesa antica. Sebbene i Padri si attenessero chiaramente al principio dottrinale dell’indissolubilità del matrimonio, alcuni di loro hanno tollerato sul piano pastorale una certa flessibilità in riferimento a singole situazioni difficili. Su questo fondamento le Chiese orientali separate da Roma avrebbero sviluppato più tardi accanto al principio della akribìa, della fedeltà alla verità rivelata, quello della oikonomìa, della condiscendenza benevola in singole situazioni difficili. Senza rinunciare alla dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, essi permetterebbero in determinati casi un secondo e anche un terzo matrimonio, che d’altra parte è differente dal primo matrimonio sacramentale ed è segnato dal carattere della penitenza. Questa prassi non sarebbe mai stata condannata esplicitamente dalla Chiesa cattolica. Il Sinodo dei Vescovi del 1980 avrebbe suggerito di studiare a fondo questa tradizione, per far meglio risplendere la misericordia di Dio.
Lo studio di padre Pelland mostra la direzione, in cui si deve cercare la risposta a queste questioni. Per l’interpretazione dei singoli testi patristici resta naturalmente competente lo storico. A motivo della difficile situazione testuale le controversie anche in futuro non si placheranno. Dal punto di vista teologico si deve affermare:

a. Esiste un chiaro consenso dei Padri a riguardo dell’indissolubilità del matrimonio. Poiché questa deriva dalla volontà del Signore, la Chiesa non ha nessun potere in proposito. Proprio per questo il matrimonio cristiano fu fin dall’inizio diverso dal matrimonio della civiltà romana, anche se nei primi secoli non esisteva ancora nessun ordinamento canonico proprio. La Chiesa del tempo dei Padri esclude chiaramente divorzio e nuove nozze, e ciò per fedele obbedienza al Nuovo Testamento.

b. Nella Chiesa del tempo dei Padri i fedeli divorziati risposati non furono mai ammessi ufficialmente alla sacra comunione dopo un tempo di penitenza. È vero invece che la Chiesa non ha sempre rigorosamente revocato in singoli Paesi concessioni in materia, anche se esse erano qualificate come non compatibili con la dottrina e la disciplina. Sembra anche vero che singoli Padri, ad esempio Leone Magno, cercarono soluzioni “pastorali” per rari casi limite.

c. In seguito si giunse a due sviluppi contrapposti:

— Nella Chiesa imperiale dopo Costantino si cercò, a seguito dell’intreccio sempre più forte di Stato e Chiesa, una maggiore flessibilità e disponibilità al compromesso in situazioni matrimoniali difficili. Fino alla riforma gregoriana una simile tendenza si manifestò anche nell’ambito gallico e germanico. Nelle Chiese orientali separate da Roma questo sviluppo continuò ulteriormente nel secondo millennio e condusse a una prassi sempre più liberale. Oggi in molte Chiese orientali esiste una serie di motivazioni di divorzio, anzi già una «teologia del divorzio», che non è in nessun modo conciliabile con le parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio. Nel dialogo ecumenico questo problema deve essere assolutamente affrontato.

— Nell’Occidente fu recuperata grazie alla riforma gregoriana la concezione originaria dei Padri. Questo sviluppo trovò in qualche modo una sanzione nel concilio di Trento e fu riproposto come dottrina della Chiesa nel concilio Vaticano II.

La prassi delle Chiese orientali separate da Roma, che è conseguenza di un processo storico complesso, di una interpretazione sempre più liberale — e che si allontanava sempre più dalla parola del Signore — di alcuni oscuri passi patristici così come di un non trascurabile influsso della legislazione civile, non può per motivi dottrinali essere assunta dalla Chiesa cattolica. Al riguardo non è esatta l’affermazione che la Chiesa cattolica avrebbe semplicemente tollerato la prassi orientale. Certamente Trento non ha pronunciato nessuna condanna formale. I canonisti medievali nondimeno ne parlavano continuamente come di una prassi abusiva. Inoltre vi sono testimonianze secondo cui gruppi di fedeli ortodossi, che divenivano cattolici, dovevano firmare una confessione di fede con un’indicazione espressa dell’impossibilità di un secondo matrimonio.

3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epikèia e della aequitas canonica.

Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La Chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epikèia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la Chiesa dovrebbe qui fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti.

I due contributi di don Marcuzzi e del professor Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:

a. Epikèia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la Chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di «diritto divino». La Chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali — ad esempio nella pastorale dei Sacramenti —, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore. In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma.2

b. La Chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1 Corinzi, 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del privilegium paulinum e del privilegium petrinum. Con riferimento alle clausole sulla pornèia in Matteo e in Atti, 15, 20 furono formulati impedimenti matrimoniali. Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella Chiesa occidentale fu dato spazio al principio della oikonomìa, senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.

In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di Diritto Canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per sé, secondo il giudizio di persone competenti, sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale nemo iudex in propria causa («Nessuno è giudice nella propria causa»), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno. Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

c. Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epikèia in “foro interno”. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cfr. Lettera, 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico — sottratto al giudizio soggettivo — del matrimonio.

4. Molti accusano l’attuale Magistero di involuzione rispetto al Magistero del Concilio e di proporre una visione preconciliare del matrimonio.

Alcuni teologi affermano che alla base dei nuovi documenti magisteriali sulle questioni del matrimonio starebbe una concezione naturalistica, legalistica del matrimonio. L’accento sarebbe posto sul contratto fra gli sposi e sullo ius in corpus. Il Concilio avrebbe superato questa comprensione statica e descritto il matrimonio in un modo più personalistico come patto di amore e di vita. Così avrebbe aperto possibilità per risolvere in modo più umano situazioni difficili. Sviluppando questa linea di pensiero alcuni studiosi pongono la domanda se non si possa parlare di «morte del matrimonio», quando il legame personale dell’amore fra due sposi non esiste più. Altri sollevano l’antica questione se il Papa non abbia in tali casi la possibilità di sciogliere il matrimonio.
Chi però legga attentamente i recenti pronunciamenti ecclesiastici riconoscerà che essi nelle affermazioni centrali si fondano su Gaudium et spes e con tratti totalmente personalistici sviluppano ulteriormente sulla traccia indicata dal Concilio la dottrina ivi contenuta. È tuttavia inadeguato introdurre una contrapposizione fra la visione personalistica e quella giuridica del matrimonio. Il Concilio non ha rotto con la concezione tradizionale del matrimonio, ma l’ha sviluppata ulteriormente. Quando ad esempio si ripete continuamente che il Concilio ha sostituito il concetto strettamente giuridico di “contratto” con il concetto più ampio e teologicamente più profondo di “patto”, non si può dimenticare in proposito che anche nel “patto” è contenuto l’elemento del “contratto” pur essendo collocato in una prospettiva più ampia. Che il matrimonio vada molto al di là dell’aspetto puramente giuridico affondando nella profondità dell’umano e nel mistero del divino, è già in realtà sempre stato affermato con la parola “sacramento”, ma certamente spesso non è stato messo in luce con la chiarezza che il Concilio ha dato a questi aspetti. Il diritto non è tutto, ma è una parte irrinunciabile, una dimensione del tutto. Non esiste un matrimonio senza normativa giuridica, che lo inserisce in un insieme globale di società e Chiesa. Se il riordinamento del diritto dopo il Concilio tocca anche l’ambito del matrimonio, allora questo non è tradimento del Concilio, ma esecuzione del suo compito.
Se la Chiesa accettasse la teoria che un matrimonio è morto, quando i due coniugi non si amano più, allora approverebbe con questo il divorzio e sosterrebbe l’indissolubilità del matrimonio in modo ormai solo verbale, ma non più in modo fattuale. L’opinione, secondo cui il Papa potrebbe eventualmente sciogliere un matrimonio sacramentale consumato, irrimediabilmente fallito, deve pertanto essere qualificata come erronea. Un tale matrimonio non può essere sciolto da nessuno. Gli sposi nella celebrazione nuziale si promettono la fedeltà fino alla morte.
Ulteriori studi approfonditi esige invece la questione se cristiani non credenti — battezzati, che non hanno mai creduto o non credono più in Dio — veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramentale. Di fatto anche il Codice indica che solo il contratto matrimoniale «valido» fra battezzati è allo stesso tempo sacramento (cfr. Codex iuris canonici, can. 1055, § 2). All’essenza del sacramento appartiene la fede; resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di «non fede» abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi.3

5. Molti affermano che l’atteggiamento della Chiesa nella questione dei fedeli divorziati risposati è unilateralmente normativo e non pastorale.
Una serie di obiezioni critiche contro la dottrina e la prassi della Chiesa concerne problemi di carattere pastorale. Si dice ad esempio che il linguaggio dei documenti ecclesiali sarebbe troppo legalistico, che la durezza della legge prevarrebbe sulla comprensione per situazioni umane drammatiche. L’uomo di oggi non potrebbe più comprendere tale linguaggio. Gesù avrebbe avuto un orecchio disponibile per le necessità di tutti gli uomini, soprattutto per quelli al margine della società. La Chiesa al contrario si mostrerebbe piuttosto come un giudice, che esclude dai sacramenti e da certi incarichi pubblici persone ferite.
Si può senz’altro ammettere che le forme espressive del Magistero ecclesiale talvolta non appaiano proprio come facilmente comprensibili. Queste devono essere tradotte dai predicatori e dai catechisti in un linguaggio, che corrisponda alle diverse persone e al loro rispettivo ambiente culturale. Il contenuto essenziale del Magistero ecclesiale in proposito deve però essere mantenuto. Non può essere annacquato per supposti motivi pastorali, perché esso trasmette la verità rivelata. Certamente è difficile rendere comprensibili all’uomo secolarizzato le esigenze del Vangelo. Ma questa difficoltà pastorale non può condurre a compromessi con la verità. Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Veritatis splendor ha chiaramente respinto le soluzioni cosiddette «pastorali», che si pongono in contrasto con le dichiarazioni del Magistero (cfr. ibidem, 56).
Per quanto riguarda la posizione del Magistero sul problema dei fedeli divorziati risposati, si deve inoltre sottolineare che i recenti documenti della Chiesa uniscono in modo molto equilibrato le esigenze della verità con quelle della carità. Se in passato nella presentazione della verità talvolta la carità forse non risplendeva abbastanza, oggi è invece grande il pericolo di tacere o di compromettere la verità in nome della carità. Certamente la parola della verità può far male ed essere scomoda. Ma è la via verso la guarigione, verso la pace, verso la libertà interiore. Una pastorale, che voglia veramente aiutare le persone, deve sempre fondarsi sulla verità. Solo ciò che è vero può in definitiva essere anche pastorale. «Allora conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Giovanni, 8,32).

Note:

1 Cfr. Ángel Rodríguez Luño, L’epicheia nella cura pastorale dei fedeli divorziati risposati, in Sulla pastorale dei divorziati risposati, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1998, («Documenti e Studi», 17), pp. 75-87; Piero Giorgio Marcuzzi, s.d.b., Applicazione di «aequitas et epikeia» ai contenuti della Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 14 settembre 1994, ibidem, pp. 88-98; Gilles Pelland, s. j., La pratica della Chiesa antica relativa ai fedeli divorziati risposati, ibidem, pp. 99-131.

2 A tale riguardo vale la norma ribadita da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica postsinodale Familiaris consortio, n. 84: «La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”». Cfr. anche Benedetto XVI, Lettera apostolica postsinodale Sacramentum caritatis, n. 29.

3 Durante un incontro con il clero della diocesi di Aosta, svoltosi il 25 luglio 2005, Papa Benedetto XVI ha affermato in merito a questa difficile questione: «Particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ho invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito.

(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2011)

martedì 25 ottobre 2011

Card. Ratzinger: "Agostino insegna che la santità e la rettitudine cristiane non consistono in una qualche sovrumana grandezza o in qualche talento superiore. Se fosse così, il cristianesimo diventerebbe una religione per alcuni eroi o per gruppi di eletti, per monaci che hanno il tempo di farlo e le forze per farlo" (1998)

Su segnalazione della nostra Gemma leggiamo:

Il potere e la grazia

La presentazione del libro di 30Giorni sull’attualità di sant’Agostino con il cardinale Joseph Ratzinger

Il testo che segue è una nostra trascrizione degli interventi che conserva l’immediatezza e la vivacità di un parlato

Sopra, Giulio Andreotti introduce la presentazione del libro Il potere e la grazia. Attualità di sant’Agostino fatta dal cardinale Joseph Ratzinger, il 21 settembre 1998. Nella pagina a sinistra, l’affresco absidale (XII secolo) dell’antica chiesa di San Gregorio Nazianzeno, in cui è raffigurato Gesù tra san Gregorio Nazianzeno e san Quirino (sullo sfondo della stessa pagina, l’incipit del De civitate Dei di Agostino in un manoscritto del XV secolo conservato nella Biblioteca Civica di Rimini). La chiesa, sorta su una costruzione del IV secolo, è inglobata nel chiostro dell’ex monastero di Santa Maria della Concezione in Campo Marzio, oggi di proprietà della Camera dei deputati. All’interno del chiostro si trova anche la Sala del Cenacolo, oggi adibita a sala conferenze.

GIULIO ANDREOTTI:

Eminenza, nonostante io da sette anni appartenga all’altro ramo del Parlamento, sono comunque abbastanza qualificato, avendo vissuto per quarantacinque anni qui alla Camera dei deputati, per darle il benvenuto e per ringraziare lei e tutti gli ospiti di aver accettato questo appuntamento singolare. Io devo solo introdurre.
Certo che in questo luogo, che è un compound della Camera dei deputati, siamo quanto mai nella città terrena. In effetti, l’ambiente è singolare, tanto singolare che quando si ospitano delle delegazioni straniere, e in modo particolare delle delegazioni di Paesi non classificati come cristiani, si nota in loro evidente la meraviglia di fronte a questi quadri, e allora dobbiamo spiegare loro la storia... Essendo oggi il 21 settembre, forse possiamo ricordare come proprio un certo numero di anni fa, all’indomani del 20 settembre di Porta Pia, non proprio in questo luogo (dov’era il convento), ma nel palazzo di Montecitorio, che era sede del Tribunale, si svolgeva un’attività piuttosto singolare. Se la storia non ci riferisce male, Montecitorio fu l’unico palazzo che fu preso d’assalto. Perché era il palazzo del Tribunale e, quindi – non certo a causa di una lotta fra clericalismo e anticlericalismo –, si volevano far sparire gli archivi. Perché ricordo questo? Perché in questo volume, nell’ultimo capitolo – in un certo senso un po’ ampliando l’orizzonte rispetto allo schema agostiniano del resto del libro – si riporta il saluto che il sindaco di Roma dette al Santo Padre quando era in visita al Campidoglio. Noi che facciamo vita politica qui in Parlamento, certo sentiamo molte volte delle difficoltà. Però ringraziamo Dio di essere nati in un periodo in cui il rapporto tra mondo politico e mondo religioso è stato possibile senza difficoltà e senza contrasti. La Questione romana, del resto, anche prima della sua effettiva conclusione, da alcuni spiriti molto elevati era stata vista come superata. Poi abbiamo avuto il famoso discorso di Paolo VI (che già quando era cardinale aveva affrontato il tema) in cui disse che era stata una benedizione per la Chiesa essere liberata dal potere temporale. Quindi, tutto un po’ si ricollega. Vorrei soltanto dire che questo angolo dell’insieme della Camera dei deputati è particolarmente caratterizzato da una attività religiosa: nel chiostro, infatti, c’è la piccola chiesa di San Gregorio Nazianzeno, dove monsignor Fisichella (siamo tutti lietissimi che rimanga dopo la sua nomina a vescovo ausiliare) quattro giorni alla settimana dice la sua messa. Anche questo ha un significato.
L’ultima cosa che vorrei segnalare è questa: rispetto a quasi tutti i Padri della Chiesa, sant’Agostino è particolarmente affascinante oltre che per quello che ha scritto, anche per la sua figura umana. Andando indietro con la memoria e pensando a uno dei miei anni di scuola, ricordo il successo che riscosse la scelta delle Confessioni da parte del professore di religione, come libro su cui egli ci istruiva. Cominciai allora a capire un po’. Non dico di aver poi compreso tutto di questa figura che suscita interesse anche solo per la sua storia personale (si pensi al suo itinerario: la partenza dall’Africa, l’arrivo a Roma, il non trovare qui un ambiente con una sua scuola molto recettiva, il viaggio a Milano voluto dalla Provvidenza, il suo rapporto con sant’Ambrogio, il suo ritorno in patria...). Mi ha colpito una cosa leggendo l’Enciclopedia cattolica: laddove si parla di sant’Agostino (vi si dedicano moltissime pagine e mi sembra anche con studio molto accurato), si dice testualmente (e per questo forse, se fosse esistito ancora, il Sant’Uffizio sarebbe intervenuto) che, quando andò a Cartagine, questo giovane diciassettenne «si piegava a una certa regola, unendosi senza matrimonio, con una grande fedeltà, alla donna madre del suo figlio». Certamente non è questa la cosa più importante, però mi sembra significativo il fatto che il cammino della grazia in sant’Agostino ha inizio, anche se non proprio dal gradino più basso – c’è di peggio –, da qualche cosa di completamente lontano e arriva a quella che può essere considerata una apoteosi, sia di cultura sia di spirito religioso. E ci arriva, non a caso, passando per Roma, passando per Milano e tornando poi in quell’Africa dove, con una certa mestizia, noi oggi vediamo, in Cartagine, cose stupende dal punto di vista archeologico ma non quelle impronte che certamente nella storia avevano avuto un grande significato. D’altra parte, io ritengo che proprio questa grande umanità di sant’Agostino ci deve abituare a non essere mai pessimisti. I tempi della storia qualche volta sono molto più lunghi di quelli che ci aspettiamo. Anche i tempi della cultura sono tempi non misurabili con criteri validi per altre realtà. Comunque, io credo che il fermarsi per qualche momento su sant’Agostino faccia del bene a tutti noi.

Le rinnovo, eminenza, la profonda gratitudine per aver accettato di presentare questa nostra pubblicazione.

JOSEPH RATZINGER:

Signor senatore, eccellenze, signore e signori, innanzitutto devo un po’ precisare, o addirittura correggere, il testo dell’invito: infatti, a causa dei miei tanti impegni nei mesi passati, non ho trovato il tempo per una lettura approfondita e seria di questo libro. E perciò non mi trovo sufficientemente preparato per una vera presentazione. Nonostante questo, ho voluto dire sì all’invito semplicemente a motivo della mia amicizia e ammirazione per sant’Agostino. Poi, perché mi arreca realmente gioia il fatto che una rivista di informazione come 30Giorni abbia presentato per mesi al grande pubblico questa figura in un dialogo col nostro tempo. Un dialogo che realmente evidenzia la profondità e l’attualità del suo pensiero. Questo fatto, che sant’Agostino diventa accessibile alle nostre domande, e nella nostra attualità, è il mio motivo di gioia e quindi ho detto un sì un po’ paradossale, forse non giustificato, in una situazione in cui forse avrei dovuto dire no.
Quindi, devo chiedere scusa se mi presento abbastanza impreparato e incapace di presentare questo libro così da mostrare il suo reale valore, il suo contenuto profondo.
Mi sento in grado di fare alcuni accenni ai due elementi che a me, a una lettura superficiale, appaiono come i più importanti e che si vedono presenti nel titolo: il potere e la grazia. Quando cinquant’anni fa ho cominciato a dialogare con sant’Agostino, l’ho trovato quasi subito come un mio contemporaneo. Un uomo che non parla da lontano e da un contesto totalmente diverso dal nostro, ma che, avendo anzi vissuto in un contesto molto simile al nostro, risponde, naturalmente alla sua maniera, a problemi che sono proprio anche problemi nostri.
Il primo problema nascosto sotto la parola “potere” è quello della cosiddetta teologia politica, della relazione tra mondo politico e mondo religioso.
Il senatore Andreotti ha già accennato come anche questo contesto ci faccia molto pensare sulla relazione tra i due mondi. Agostino ha vissuto in un Impero giuridicamente cristiano, dove il cristianesimo era religione di Stato anche se la maggioranza dei cittadini ancora non erano cristiani. L’imperatore era cristiano e si considerava il protettore della Chiesa, anzi la personificazione della Chiesa, che era per lui quasi identificata con l’Impero. E in uno Stato in cui il cristianesimo è religione ufficiale, intrecciandosi con i gradi più alti dello Stato, è grande il pericolo che anche il teologo e il vescovo perdano di vista la differenza tra le due cose e si arrivi a una politicizzazione della fede incompatibile sia con la sua libertà sia anche con la sua universalità. In realtà, nel periodo e nella generazione precedenti a sant’Agostino, Eusebio di Cesarea aveva creato una teologia politica in questo senso, nella quale l’Impero e la Chiesa quasi si identificano. L’Impero diventa il modo in cui Dio realizza il suo progetto per la storia. Il problema di quest’identificazione si è rivelato nella crisi ariana, che non è solo una crisi di insegnamento cristologico, di fede cristologica, ma è soprattutto una crisi del problema della giusta relazione tra Stato e Chiesa, tra politica e fede. Pensiamo soltanto all’episodio relativo al Sinodo di Milano del 355, quando Eusebio di Vercelli, una delle grandi figure che resistettero a questa identificazione, rifiutò di sottostare alla volontà dell’imperatore che voleva che egli firmasse un documento di fede ariana. A Eusebio, che considera questo documento non compatibile con le leggi della Chiesa, l’imperatore Costanzo risponde: «La legge della Chiesa sono io». La fede è divenuta, quindi, una funzione dell’Impero. Eusebio è, con pochi altri, una delle grandi figure che, come ho detto, resistono a queste insinuazioni e difendono la libertà della Chiesa, la libertà della fede e anche la sua universalità. Questo, una generazione dopo, nella vita di sant’Agostino, appare già più difficile perché la fede nicena nel frattempo è accettata anche dagli imperatori. Quindi, non esistendo più questi conflitti, si potrebbe facilmente essere tentati di entrare in questa identificazione, arrivando così a un’inculturazione della fede nella quale fede e cultura si identificano in un modo inseparabile, e la fede perde così la sua universalità sia diacronica che sincronica. La fede non è, cioè, più in grado di comunicarsi ad altri mondi di cultura, né ad altri tempi con altre culture. Sant’Agostino era, in questa grande tentazione, la figura che ha difeso la differenza essenziale che, anche in situazioni privilegiate di quasi identità della popolazione, non può mai scomparire. Certamente egli fu aiutato dal fatto che nell’anno 410 i Goti conquistarono Roma, la saccheggiarono, e i pagani reagirono dicendo: «Ecco, questo è successo adesso con il cristianesimo. Quando c’erano ancora gli dèi della patria, Roma era difesa, era la capitale del mondo. Adesso avete espulso gli dèi, e san Pietro e san Paolo, i vostri patroni, non sono in grado di difendere la città. Vediamo che bisogna tornare agli dèi». E così i pagani si fanno (giustamente dal loro punto di vista) propagatori di una teologia politica in cui gli dèi sono in funzione dello Stato e lo Stato è in funzione delle divinità. Proprio in questa situazione di profonda crisi spirituale, sant’Agostino capisce e vede che l’identificazione è una caratteristica della religione pagana, in cui le divinità sono autoctone, sono le divinità parziali di questa realtà. Mentre una fede che crede nell’unico Dio, nel Dio di tutti i popoli e di tutte le culture, non può conoscere questa identificazione. E così insiste sul fatto che Chiesa e Stato non possono confondersi. La Chiesa in tutta la sua fragilità, in tutto il suo inserimento nelle cose umane di un determinato tempo, anche nei peccati di un certo tempo, tuttavia è una realtà diversa, un segno di una nuova società futura che adesso non è Stato, ma che si annuncia, tramite la Chiesa, per il futuro e muove la storia verso il futuro. Mentre lo Stato rimane lo Stato del presente e la sua funzione è distinta dalla Chiesa.
Non vorrei adesso approfondire questo, ma mi sembra che il grande merito di sant’Agostino sia di aver creato questa filosofia, questa teologia della diversità delle funzioni, nella responsabilità comune guidata dai valori che possono costruire una società giusta. Sappiamo bene quanto fosse difficile per i contemporanei di sant’Agostino comprendere questa distinzione. Già il suo amico Orosio, nel suo libro sulla storia, sulla città di Dio, cade più o meno nella identificazione. Poi, il Medioevo ha creato un agostinismo politico che era un malinteso del vero agostinismo. Ma, con le letture approfondite, riappare la grandezza della figura di sant’Agostino. E penso che una filosofia politica e una vera ecclesiologia, una fede nell’unico Dio che è Dio di tutti, la ricerca di una vera universalità della fede che si esprime in tutte le culture, non identificandosi mai con una sola di esse, possano anche oggi imparare molto dal dialogo con sant’Agostino.

Secondo punto: il titolo del libro parla del potere e parla della grazia. Come sappiamo, nella seconda e ultima tappa della vita di sant’Agostino, è divenuto questo il suo grande tema, mentre nel dibattito sia con la reazione pagana sia con il donatismo ha visto soprattutto la necessità di riflettere il tema del potere e della diversità delle sfere. Entra poi, costretto dalla situazione, in un dibattito con certe tendenze del monachesimo del suo tempo, con un moralismo, la cui figura eccellente era Pelagio, in cui il monachesimo, che inizialmente era proprio vita dell’adorazione e fuga saeculi, come si diceva, diventa un moralismo nel quale si costruisce, con le forze della moralità umana, la nuova società.
E la tentazione di trasformare il cristianesimo in un moralismo e di concentrare tutto sull’azione morale dell’uomo è grande in tutti i tempi. Perché l’uomo vede soprattutto sé stesso. Dio rimane invisibile, intoccabile, e quindi l’uomo si appoggia soprattutto sulla sua propria azione. Ma se Dio non agisce, se Dio non è un vero soggetto agente nella storia che entra anche nella mia vita personale, allora che cosa vuol dire redenzione? Che valore ha la nostra relazione con Cristo e così col Dio trinitario? Mi sembra che la tentazione di ridurre il cristianesimo a un moralismo è grandissima anche nel nostro tempo, e sono molto grato che 30Giorni sottolinei spesso questo problema. Perché noi viviamo un po’ tutti in un’atmosfera di deismo. La nostra idea delle leggi naturali non ci permette più facilmente di pensare a un’azione di Dio nel nostro mondo. Sembra che non ci sia spazio perché possa agire Dio stesso nella storia umana e nella mia vita. E così abbiamo l’idea che Dio non può più entrare in questo cosmo, fatto e chiuso contro di lui. Che cosa rimane? La nostra azione. E dobbiamo trasformare noi il mondo, dobbiamo noi creare la redenzione, dobbiamo noi creare il mondo migliore, un mondo nuovo. E se si pensa così, ecco che il cristianesimo è morto, il linguaggio religioso diventa un linguaggio puramente simbolico e vuoto. E 30Giorni ha il grande merito di aver mostrato come in preghiere moderne, anche nelle traduzioni delle preghiere liturgiche, c’è questa tentazione di lasciar cadere la speranza di un intervento di Dio – sembra troppo ingenuo sperare questo – che trasforma tutto in appelli al nostro agire. Molto comprensibile. Ma allora ci manca proprio il vero dialogo, ci manca la forza dell’amore eterno che è la vera forza che può rispondere alle sfide della nostra vita e della politica. Agostino ha conosciuto questa tendenza. Ha risposto fortemente e, essendo il dottore della grazia, ci invita a seguirlo e ad affidarci con la nostra azione alla comunione con l’azione di Dio, a credere che l’amore è un potere – un potere anche nel mondo di oggi – e che l’amore ha la capacità di trasformare il mondo e provoca il nostro amore, e in questa comunione delle due volontà, per così dire, si può andare avanti.
Quindi, con altre parole, Agostino insegna che la santità e la rettitudine cristiane non consistono in una qualche sovrumana grandezza o in qualche talento superiore. Se fosse così, il cristianesimo diventerebbe una religione per alcuni eroi o per gruppi di eletti, per monaci che hanno il tempo di farlo e le forze per farlo.
Era questa la visione della filosofia della tarda antichità, per cui i filosofi hanno la capacità di elevarsi fino alla divinità, mentre la gente semplice deve accontentarsi e vivere a un livello inferiore. Agostino dice no, dice che la fede cristiana è proprio la religione dei semplici, il Signore si comunica ai semplici. Quindi non è una cosa sovrumana, ma si realizza nell’obbedienza che si pone a disposizione là dove Dio chiama, quella stessa obbedienza che non si affida al proprio potere o alla propria grandezza, ma si fonda sulla grandezza del Dio di Gesù Cristo ed è consapevole che tale grandezza divina si può trovare proprio nel servire e nel perdersi, nel lasciarsi guidare dalla verità e nel lasciarsi muovere dall’amore.
Un’ultima osservazione. Il titolo mi ispira ancora un ultimissimo pensierino. Il potere e la grazia: potrebbe essere tradotto, o almeno vi potrebbe essere associato anche un altro termine: il visibile e l’invisibile. Nei nostri tempi, la sollecitazione del visibile, del controllabile, è cresciuta ancora di più, al punto che oggi ci si crede più emancipati, più assennati perché prendiamo sul serio solo ciò che è visibile e ciò che possiamo dominare. In realtà, ciò diminuisce la capacità visiva della nostra mente e del nostro cuore. Non riusciamo più a guardare l’invisibile e l’eterno, senza il quale in realtà tutto il visibile non potrebbe sussistere ed esistere.
Per concludere, Agostino è attuale anche per questo. Perché la sua figura è un’esortazione a fidarci dell’invisibile, a riconoscere ciò che veramente è importante e determinante per la nostra vita. Grazie.

GIULIO ANDREOTTI:

Ora il breve intervento di tre degli autori.

MASSIMO BORGHESI:

Brevemente richiamo i contenuti del volume e il senso di questa pubblicazione, a partire innanzitutto dal titolo, sul quale anche sua eminenza si è soffermato. Esso ricorda Il potere e la gloria di Graham Greene. Ma un titolo analogo reca anche l’opera di Reinhold Schneider, non tradotta in italiano, Macht und Gnade (Potere e grazia). Il volume che presentiamo costituisce la conclusione di un iter concettuale. Ha un suo significato nella misura in cui raccoglie una riflessione che non è da oggi, ma proviene da lontano. Sarebbe interessante, da questo punto di vista, ripercorrere gli ultimi anni del settimanale Il Sabato per osservare una continuità di riflessione con 30Giorni. Non a caso alcuni articoli raccolti nel volume provengono proprio da Il Sabato. Ebbene, Il Sabato, alla fine degli anni Ottanta, aveva sviluppato una critica puntuale alla priorità accordata da ampi settori della Chiesa alla “questione etica” totalmente incentrata sulla “crisi” e sulla “restaurazione” dei valori. Fu allora utilizzato il termine “pelagianesimo” per indicare l’ideologia moralistica che soggiaceva alla prassi ecclesiale. In fondo fu Il Sabato che risollevò il nome di Pelagio, autore allora per lo più sconosciuto al di fuori dell’ambito degli addetti ai lavori. Si voleva con ciò richiamare l’urgenza che la Chiesa non si riducesse a essere una sorta di agenzia etica del mondo in crisi, ma riscoprisse, più profondamente, la propria missione e il proprio significato nel mondo contemporaneo. In fondo, la Chiesa come agenzia etica tendeva a far propria l’idea della “riforma intellettuale e morale” nei termini in cui ne parlava Antonio Gramsci. L’intento di fondo era dato dal problema dell’egemonia, una egemonia “cattolica” da riconquistare proprio sul terreno della moralità e dei costumi. Ricordo come, in quegli anni, una critica del pelagianesimo da sinistra fosse contenuta negli scritti postumi di Claudio Napoleoni Cercate ancora. Lettere sulla laicità. Ebbene, da Pelagio, per una conseguenza quasi necessaria, si era rimandati al suo interprete e critico per eccellenza: Agostino. Non credo di sbagliare osservando come, alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta, Agostino nell’ambito culturale cattolico fosse pressoché ignorato. Era conosciuto, certo, l’autore delle Confessioni. Ma l’Agostino teologo della grazia nonché il grande teorico della Città di Dio, cioè di una riflessione storico-politica a partire dal cristianesimo, era totalmente dimenticato anche nell’ambito più ristretto degli studi.
Cosa significava e cosa significa Agostino nei saggi raccolti nel volume? Innanzitutto vuol dire riaccedere a un’ottica “premedievale”, a un’ottica cristiana che riflette sul mondo prima del Medioevo, prima cioè di una “cristianità stabilita”. Quindi un cristianesimo che ancora si paragona con il paganesimo. Tutto questo, è inutile dire, richiama profondamente la situazione contemporanea. Anche noi oggi siamo in una prospettiva per tanti aspetti analoga e simile a quella del cristianesimo dei primi secoli.
In secondo luogo Agostino richiama una posizione realistica, capace di un’analisi dura e disincantata del potere, delle leve e dei meccanismi del potere, di come il cristiano debba rapportarsi ad esso. Ci sono nel volume alcuni saggi di Roberto Esposito e di Giacomo B. Contri molto interessanti in proposito. Concezione realistica epperò, al contempo, non assolutistica ma tollerante. Né lo Stato deve prevaricare sulla Chiesa né questa deve identificarsi con quello. Gran parte delle interviste a padre Nello Cipriani ruotano intorno al tema delle “leggi imperfette”, delle leggi, cioè, non totalmente conformi al diritto naturale. Nella concezione agostiniana la Chiesa deve tollerare le cosiddette leggi imperfette nella misura in cui concorrono a consentire quella pace sociale da cui essa stessa trae sicuri benefici. In tal modo la riflessione storica di Agostino si colloca tra Origene ed Eusebio di Cesarea. In proposito, uno dei testi più citati nel libro è L’unità delle nazioni, del cardinale Ratzinger, uno studio del 1971 dedicato al paragone tra Agostino e Origene. Origene, a partire da un cristianesimo tendenzialmente gnostico-rivoluzionario, tende a delegittimare gli ordinamenti dello Stato nella misura in cui non sono conformi alla morale cristiana. Su un versante opposto si colloca, invece, la posizione di Eusebio di Cesarea, sul quale sono da vedere i penetranti rilievi di padre Raffaele Farina, per il quale dopo Costantino c’è ormai perfetta identità tra cristianesimo e Impero romano. Tra queste due posizioni emerge la posizione di Agostino che non ha come preoccupazione la cristianizzazione dello Stato. Anche quando lo Stato sia retto da un imperatore cristiano, esso rimane Stato “terreno”, né altro può diventare.
Terzo rilievo: come è possibile il realismo agostiniano? Qual è il punto di vista che consente ad Agostino di guardare al potere in modo così obiettivo e disincantato? Ciò è possibile perché egli giudica il potere a partire da un punto a esso esterno. Per lui infatti le “città” sono due. Questa è la grande intuizione agostiniana, che, smarrita nel pensiero politico medievale (e su ciò si vedano le puntuali osservazioni di Elvio Ancona), si oppone all’utopia moderna, sia essa laica o cristiana, per cui la città è una e a essa occorre dedicare ogni energia per renderla perfetta. Ebbene, per Agostino le città sono due e non possono essere identificate. E, tuttavia, sono perplexae, sono mescolate sino alla fine del mondo. In tal modo alcuni della città del mondo si troveranno in paradiso mentre altri, della città di Dio, si perderanno.
Quarto elemento di interesse: il rapporto tra grazia e libertà. Se le città sono perplexae, la dinamica di accadimento del cristianesimo non può che svolgersi mediante incontri umani significativi, vale a dire nel rapporto tra grazia e libertà. Ciò va al di là e scompagina appartenenze ideologiche, politiche, settoriali. Rilevante in un contesto come quello attuale è la possibilità di incontrare uomini, persone, nel loro cuore, indipendentemente da schemi prefissati.
Una grazia persuasiva. Ci sono alcuni brani molto belli che Lorenzo Cappelletti ha tratto dal De gratia Christi et de peccato originali dove Agostino critica e condanna Pelagio perché egli insiste soltanto sulla grazia come illuminazione dell’intelletto, cioè sulla grazia mediante l’insegnamento della dottrina, quasi che il cristianesimo coincida solamente con l’esposizione di una dottrina, morale o non morale che sia, quasi che si possa diventare cristiani semplicemente per l’apprendimento di una dottrina. E Agostino invece insiste su una grazia che tocca oltre la dottrina anche i cuori. Quindi una grazia persuasiva che richiede una testimonianza reale.
Da ultimo, e concludo, c’è l’ecumenismo, l’ultimo termine che affiora come motivo di interesse e di attualità di Agostino. Alcuni brani molto belli alla fine del volume tratti da più opere di Agostino insistono proprio sul fatto che non bisogna mai abbandonare l’intuizione di verità dell’altro per criticarne l’errore. La critica dell’errore non deve impedire di vedere quanto di vero c’è, e bisogna separare verità ed errore in modo che l’altro sia portato al riconoscimento della verità piena. Questo senso ecumenico e universale è anch’esso un tema di grande interesse e attualità nel contesto contemporaneo. Grazie.

NELLO CIPRIANI:

Vorrei innanzitutto rivolgere il mio plauso e la mia gratitudine alla direzione di 30Giorni per aver raccolto queste interviste e saggi sul pensiero di sant’Agostino, mostrandone l’attualità in punti che ancora oggi sono di grande interesse per i cristiani, per i credenti. Mi riferisco al tema del rapporto tra Stato e Chiesa, dell’atteggiamento del cristiano di fronte alle leggi dello Stato; mi riferisco al problema della grazia e anche a quello dell’ecumenismo. Ma in questo mio brevissimo intervento, vorrei richiamare l’attenzione su un altro tema al quale non è stato fatto cenno. Ossia a quella ricostruzione del pensiero agostiniano, ancora dominante, che vede una evoluzione iniziale da una posizione fortemente platonizzante a un’altra della maturità propriamente cristiana. Nel saggio intitolato Una via adeguata ai sensi di Massimo Borghesi, si parla appunto di un iniziale idealismo cristiano di Agostino che poi diventa invece un realismo cristiano. Sotto questi aspetti viene inclusa la comprensione da parte di Agostino di Cristo, dell’uomo, della Chiesa in senso molto diverso. Ecco, io vorrei soltanto accennare che le mie ricerche più recenti mi stanno invece portando a convincermi che accentuare questa evoluzione non rispetta completamente il pensiero di sant’Agostino. Voglio dire cioè che fin dalle prime opere di Agostino – anche se il platonismo è evidente a tutti, proprio per il suo proposito esplicito di fare filosofia ispirandosi ai grandi temi del neoplatonismo (Dio e l’anima) –, nelle pieghe dei suoi dialoghi, si nascondono pagine in cui la fede cristiana appare molto più realistica per quanto riguarda la persona di Cristo uomo-Dio, per quanto riguarda il fatto che essa non è soltanto un atteggiamento propedeutico alla contemplazione, ma è una dimensione di vita nuova in Cristo. La comprensione di Cristo stesso che appare da queste pagine – che purtroppo gli studiosi non hanno valutato nel loro pieno valore – sta emergendo dalle mie ricerche molto chiaramente. E questo è stato possibile perché, applicando metodi filologici molto più accurati, si possono individuare le fonti cristiane sconosciute a tanti studiosi delle prime opere di sant’Agostino. In particolare mi riferisco all’influsso di Mario Vittorino. Non soltanto il Mario Vittorino dei trattati antiariani, ma anche all’esegeta delle lettere di san Paolo. Ed è proprio l’esegesi delle lettere paoline a consentire ad Agostino, ancora non battezzato, di esprimere una fede in Cristo molto più matura di quella che gli viene di solito attribuita. Grazie.

CLAUDIO PETRUCCIOLI:

Ringrazio molto per l’invito che mi è stato rivolto, e devo ringraziare ovviamente – anche se mi mette in una certa difficoltà per l’insistenza a fare questo piccolissimo intervento stasera – l’amico Andreotti, il direttore della rivista. Credo che questa insistenza sia dovuta al fatto che io posso dire qualcosa di sincero, non so usare altra espressione, sul nucleo dei problemi che, avete sentito, sono trattati in questo libro che fa riferimento ad Agostino e che trae di lì la sua forza. Io volentieri rendo questa testimonianza perché l’avvicinarsi alle pagine di Agostino, o che parlano di Agostino, non dico obbliga, ma consente, cosa assai rara, di pensare i fondamenti. Questo è il motivo che credo valga per tutti. A me è molto chiaro, e lo trovo convincente, l’intento dei curatori – credo sia anche filologicamente fondato, ma non mi permetto di dare opinioni in proposito – ossia la lettura per cui le due città di Agostino, la città di Dio e la città del mondo, si tengono e si giustificano, non sono separabili, come è stato detto in modo molto preciso dal professor Borghesi. Mi è molto chiaro che si sostenga che la città di Dio [squilla il cellulare di Petruccioli] (scusate, questo è un intervento diabolico, per l’appunto), che la città di Dio, la grazia, quella dimensione sia indispensabile per poter vivere – e poter vivere in modo libero – la città del mondo e affrontare il carattere diabolico del potere e la sua contraddizione ineliminabile. Mi sembra un argomentare forte che ha una notevole carica polemica rispetto anche a una lettura – che pure esiste nel pensiero cristiano – che, invece, si fonda sulla possibilità di rendere buono il potere con la grazia: la citazione che viene fatta di Maritain, di von Balthasar come protagonisti, interpreti di questa visione introduce a un impegno molto rilevante nella riflessione del pensiero politico e non solo del pensiero politico del credente, del cristiano. Ma io non voglio evidentemente inoltrarmi in questo. La mia riflessione è questa: se è necessaria, indispensabile, la grazia – scusatemi se mi esprimo in modo molto semplificato – per poter praticare, senza diventarne schiavi, il potere, chi non dispone della grazia, come può fare? Mi sembra che questa visione molto forte si fondi su un’antropologia negativa. Per il non credente mi sembra che la possibilità di praticare il potere senza arrendersi al potere, senza sottomettersi a esso, non possa fare a meno di fondarsi invece su una antropologia positiva. Sulla possibilità, magari difficilissima, ma non esclusa, di poter praticare, vivere nella città del mondo perché si può avere una certa dose di fiducia anche a prescindere dalla grazia. Certo, se la grazia la si incontra, la si merita, ben venga. Ma c’è anche chi vi parla, per esempio, che la grazia almeno finora non l’ha avuta, non l’ha meritata, non è stato capace di riconoscerla, dite come volete. Ma io ci sono, ci siamo. Allora, questa è la domanda che mi viene. D’altro canto, un’antropologia negativa per chi non disponga del dono della grazia può introdurre a un’interpretazione demiurgica del potere, a un innalzamento del potere al posto di Dio. Ha perfettamente ragione il professor Esposito quando dice: «Il vero male, quello radicale che nasce dalla libera scelta (il vero male nasce dalla libertà di sceglierlo, e visto che la libertà è una categoria afferente al politico, anche il male, quello radicale, è un problema che interessa il politico), almeno quello che storicamente è stato tale, non si dà mai come il contrario del bene, ma è quello che si autodefinisce come il bene assoluto, che interiorizza la legge. Quindi il vero male è sempre […] imitazione del bene. Il vero male, quello radicale, non dice mai di voler distruggere il bene, dice sempre di volerlo incarnare» e realizzare pienamente. Allora la riflessione che mi è venuto di fare e che vi sottopongo è questa: per usare l’espressione – ancora qui citata – di Niebuhr a proposito di Agostino, «né illusi né cinici» (poiché questo programma «né illusi né cinici» è un programma che io trovo molto vicino, molto umano per quello che riesco a desiderare), mi domando: si può esserlo senza la grazia? Almeno in una certa dimensione? Me lo domando io, sono io che devo dar risposta, evidentemente. Si può tentare anche senza grazia di vivere nel miglior modo possibile? E certo qui la domanda è a carico di chi la pone perché la risposta di chi dispone della grazia fortunatamente è una risposta coerente e forte. E mi viene da dire che, certo, qui c’è una norma: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, “fai agli altri quello che nelle loro condizioni tu ti aspetteresti di ottenere da loro”, che è un insieme, mi rendo conto, di altruismo ed egoismo; direi, in modo neutro, è un’idea mutualistica del vivere (Dilthey, insomma, per essere molto rapido): è il massimo di risposta che, modestamente, alla domanda che io mi son posto sono in grado di dare. Ma una risposta che parte tuttavia dalla fondamentale domanda che Agostino pone e che non può essere evitata.

GIULIO ANDREOTTI:

Io rinnovo al cardinale Ratzinger e a tutti loro, agli ambasciatori, ai professori, a tutti, il ringraziamento. Noi nel nostro sforzo mensile ci ripromettiamo sempre di riuscire – non so se poi lo realizziamo – a riflettere e a far riflettere su alcune cose che passano e su alcune cose che invece sono lì e illuminano. Io sono molto grato anche al collega Petruccioli perché, lo vedrete nella conclusione della sua intervista riportata nel libro, ci dà un forte richiamo, cioè: chi ha avuto questo dono della grazia e, possiamo dire, il dono della fede, deve cercare – senza mai forzare è ovvio, in questo mi pare che ci troviamo tutti d’accordo – di far sì che gli altri possano avere l’opportunità di approfondire e l’opportunità di avere questo dono. E, d’altra parte, essendo un dono, nessuno di noi se ne può gloriare, possiamo soltanto ringraziare Dio.

http://www.30giorni.it/articoli_id_8816_l1.htm

lunedì 8 agosto 2011

Introduzione del cardinal Ratzinger a "Chi prega si salva" (2005)

Vedi anche:

La prefazione all’edizione in lingua cinese di "Chi prega si salva" (Aloysius Jin Luxian)

La rinnovata diffusione del piccolo libro "Chi prega si salva" nelle diocesi della Cina

Riceviamo e con grandissimo piacere pubblichiamo, con il permesso della Redazione di 30Giorni, il seguente testo dell'allora card. Ratzinger:

Introduzione

Da che l’uomo è uomo, prega.
Sempre e ovunque l’uomo si è reso conto che non è solo al mondo, che c’è qualcuno che lo ascolta. Sempre si è reso conto che ha bisogno di un Altro più grande e che deve tendere a Lui perché la sua vita sia ciò che deve essere. Ma il volto di Dio è sempre stato velato e solo Gesù ci ha mostrato il Suo vero volto.
Chi vede Lui vede il Padre (cfr. Gv 14,9). Così, se da una parte all’uomo risulta naturale pregare (chiedere nel momento del bisogno e ringraziare nel momento della gioia), d’altra parte c’è sempre anche la nostra incapacità di pregare e di parlare a un Dio nascosto. Non sappiamo cosa conviene domandare, dice san Paolo (cfr. Rm 8,26).
Perciò dobbiamo sempre dire al Signore, come i discepoli: «Signore, insegnaci tu a pregare» (Lc 11,1). Il Signore ci ha insegnato il Padre nostro come modello dell’autentica preghiera e ci ha donato una Madre, la Chiesa, che ci aiuta a pregare.
La Chiesa ha ricevuto dalla Sacra Scrittura un grande tesoro di preghiere. Nel corso dei secoli sono salite, dai cuori dei fedeli, numerose preghiere con cui essi sempre di nuovo si indirizzano a Dio. Nel pregare con la Madre Chiesa noi stessi impariamo a pregare. Sono molto contento perciò che 30Giorni faccia una nuova edizione di questo piccolo libro contenente le preghiere fondamentali dei cristiani maturatesi nel corso dei secoli.
Ci accompagnano lungo tutte le vicende della nostra vita e ci aiutano a celebrare la liturgia della Chiesa pregando. A questo piccolo libro auguro che possa diventare un compagno di viaggio per molti cristiani.

Roma, 18 febbraio 2005

Cardinal Joseph Ratzinger

© Copyright 2005 - Libreria Editrice Vaticana

domenica 10 luglio 2011

Ordinazione delle donne: il card. Joseph Ratzinger risponde ad una domanda di Peter Seewald ("Il sale della terra")

Grazie al lavoro della nostra Gemma leggiamo la seguente risposta dell'allora cardinale Ratzinger a proposito dell'ordinazione delle donne, argomento piu' che mai di attualita'.
R.

Sale della terra

II. Problemi della Chiesa cattolica

Ordinazione delle donne - pp 238-241

D: Anche riguardo a un altro problema, quello dell'ordinazione delle donne, è stato pronunciato un no assoluto in forma infallibile dal magistero. Nell'autunno del 1995 vi è stata un'ulteriore conferma da parte del Papa. «Non abbiamo il diritto di introdurre dei cambiamenti»: era questo il senso di quella dichiarazione. Dunque, ancora una volta decide l'argomento storico. Se lo si prende sul serio, però, non avrebbe potuto esistere mai un uomo come Paolo, poichè tutto ciò che è nuovo deve prendere il posto dell'antico, anche nel sacro. Paolo ha fatto cose nuove. La domanda è allora: Quando si può metter fine a una certa regolamentazione? Che fare con il nuovo? E ancora: l'irrigidirsi sulla storia non può essere una forma di idolatria, incompatibile con la libertà del cristiano?

R: Credo siano necessarie alcune precisazioni.
La prima è che san Paolo ha compiuto qualcosa di nuovo in nome di Cristo e non a titolo personale.
Ha anche posto in risalto molto chiaramente che chi riconosce valida la rivelazione veterotestamentaria, ma, d’altro canto, varia qualcosa di propria iniziativa, non agisce correttamente.
Il Nuovo è potuto arrivare, perché Dio ha posto il Nuovo in Cristo. E come servitore di questo Nuovo, egli sapeva che non si trattava di una propria invenzione, ma che ciò derivava dalla novità di Gesù Cristo stesso.
Questa, a sua volta, poneva dei vincoli, e su questo egli era molto severo. Pensi, per esempio, al racconto dell’ultima cena, in cui Paolo così scrive: «Io stesso ho ricevuto ciò che vi ho trasmesso».
Paolo afferma, quindi, di essere vincolato molto chiaramente a ciò che il Signore ha fatto l’ultima notte e che gli è stato trasmesso. Pensi ancora all’annuncio della resurrezione, in cui egli ripete ancora: «L’ho ricevuto e l’ho anche incontrato personalmente».
Così noi insegniamo e così lo insegniamo noi tutti; chi non lo fa, si allontana da Cristo. Paolo distingue chiaramente tra il Nuovo che deriva da Cristo, e il legame con Cristo, l’unica cosa che lo possa legittimare a mettere in pratica questo Nuovo. Questo è il primo punto.
Il secondo è che, difatti, in tutti quei campi, in cui non sono stati posti vincoli o direttamente dal Signore o per tramite della tradizione apostolica, avvengono – anche oggi – continui mutamenti.
La domanda è, appunto, se una certa realtà viene dal Signore o no, e da che cosa sia possibile capirlo. La risposta, confermata anche dal Papa, che noi, come Congregazione per la Dottrina della Fede, abbiamo dato in merito al problema dell’ordinazione delle donne non dice che ora il Papa ha posto un atto dottrinale infallibile.
Egli ha piuttosto constatato che la Chiesa, i vescovi di ogni luogo e tempo, hanno sempre insegnato questo e hanno sempre agito in questo modo.
Il Concilio Vaticano II dice: dove accade che vescovi nel corso di un tempo molto lungo convengano su una dottrina e attuino una condotta unitaria, si tratta di un insegnamento infallibile, che è espressione di un vincolo, che non hanno creato loro stessi.
La nostra risposta si riferisce proprio a questo passo del concilio (Lumen gentium, 25). Non si tratta dunque, come detto precedentemente, di un atto di infallibilità posto dal papa, ma il suo carattere vincolante si basa sulla continuità della tradizione.
Infatti questa continuità dall’origine è già qualcosa di molto importante.
Tanto più che allora non era affatto una cosa ovvia. Infatti, le antiche religioni conoscevano l’istituzione delle sacerdotesse, e lo stesso avveniva anche nei movimenti gnostici. Uno studioso italiano ha recentemente scoperto che nei secoli V-VI, in Italia meridionale alcuni gruppi avevano istituito delle sacerdotesse, suscitando l’immediata opposizione dei vescovi e del papa.
La tradizione non è nata dal mondo circostante, ma dall’interno del cristianesimo.
Ora, però, vorrei aggiungere un’altra informazione, che mi sembra estremamente interessante. Si tratta di una diagnosi fatta da Elisabeth Schüssler-Fiorenza, una delle femministe cattoliche più importanti. È una tedesca, una esegeta importante che ha studiato esegesi a Münster, dove ha sposato un italoamericano, e ora insegna in America. Ha partecipato in modo convinto alla lotta a favore dell’ordinazione delle donne, ma ora pensa che quello sia stato un obiettivo sbagliato. L’esperienza dei sacerdoti-donna nella Chiesa anglicana l’ha portata a concludere che ordination is not a solution, che l’ordinazione sacerdotale non è una soluzione, non è quello che volevamo. Ella ne spiega anche il motivo: ordination is subordination, l’ordinazione significa subordinazione – inserimento organico e dipendenza, è proprio ciò che non vogliamo. Si tratta davvero di una diagnosi corretta.
Entrare in un ordo significa sempre entrare in un rapporto di inserimento organico e dipendenza. Nel nostro movimento di liberazione, dice la signora Schüssler-Fiorenza, non vogliamo entrare né in un «ordine», né in una «subordinazione», ma superare proprio questa realtà. La nostra lotta non deve mirare all’ordinazione delle donne, bensì alla eliminazione dell’ordinazione in quanto tale perché la Chiesa diventi una società di uguali, in cui ci sia solo una shifting leadership, un avvicendamento nella guida.
Dal punto di vista delle motivazioni interne, che stanno all’origine della lotta per l’ordinazione delle donne, e che, di fatto, mirano alla condivisione del potere e alla liberazione dalla dipendenza, la signora Schüssler-Fiorenza ha visto le cose in modo coerente. Il punto cruciale è, infatti, dato dalla domanda: che cosa è il sacerdozio? Siamo qui di fronte a un sacramento oppure abbiamo solo a che fare con un avvicendamento nella guida nel quale a nessuno è consentito accedere stabilmente al «potere»? In questo senso, credo che negli anni a venire anche il dibattito su questo tema sarà impostato in modo diverso.

Da Peter Seewald, Joseph Ratzinger, "Il sale della terra: Cristianesimo e Chiesa Cattolica nel XXI secolo" – Un colloquio con Peter Seewald, Edizioni San Paolo 2005

martedì 28 giugno 2011

L'allodola di Frisinga. Il Papa racconta il giorno della sua ordinazione


29 GIUGNO 2011: 60° ANNIVERSARIO DELL'ORDINAZIONE PRESBITERALE DI JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI: SPECIALE

Grazie alla nostra Gemma leggiamo:

Mi sentì felice, quando finalmente fui libero di questa bella, ma pur pesante fatica (la stesura della tesi di dottorato, nota di R.), e almeno per gli ultimi due mesi potei dedicarmi interamente a prepararmi al grande passo: l’ordinazione sacerdotale, che ricevemmo nel duomo di Frisinga per mano del cardinale Faulhaber, nella festa dei santi Pietro e Paolo del 1951. Eravamo più di quaranta candidati; quando venimmo chiamati, rispondemmo Adsum, «sono qui».
Era una splendida giornata di state, che resta indimenticabile, come il momento più importante della mia vita.
Non si deve essere superstiziosi, ma nel momento in cui l’anziano arcivescovo impose le sue mani su di me, un uccellino - forse un’allodola – si levò dall’altare maggiore della cattedrale e intonò un piccolo canto gioioso; per me fu come se una voce dall’alto mi dicesse: va bene così, sei sulla strada giusta.

Da Joseph Ratzinger, "La mia vita: Ricordi (1927-1977)", Edizioni San Paolo 2005

Il Papa confida ai sacerdoti bavaresi ciò che provò il 29 giugno 1951 quando ricevette l'ordinazione presbiterale nella Cattedrale di Freising

INCONTRO CON I SACERDOTI E I DIACONI PERMANENTI DELLA BAVIERA

...

Ora, che mi trovo in questa Cattedrale (quella di Frisinga), riemergono nel mio intimo tanti ricordi alla vista degli antichi compagni e dei giovani sacerdoti che trasmettono il messaggio, la fiaccola della fede. Emergono i ricordi della mia ordinazione, a cui il Cardinale Wetter ha accennato: quando ero qui prostrato per terra e, come avvolto dalle Litanie di tutti i santi, dall’intercessione di tutti i santi, mi rendevo conto che su questa via non siamo soli, ma che la grande schiera dei santi cammina con noi e i santi ancora vivi, i fedeli di oggi e di domani, ci sostengono e ci accompagnano.
Poi vi fu il momento dell’imposizione delle mani… e infine, quando il Cardinale Faulhaber ci gridò: “Iam non dico vos servos, sed amicos” – “Non vi chiamo più servi, ma amici”, allora ho sperimentato l’ordinazione sacerdotale come iniziazione nella comunità degli amici di Gesù, che sono chiamati a stare con Lui e ad annunciare il suo messaggio.

Poi il ricordo che qui io stesso ho potuto ordinare sacerdoti e diaconi, che sono adesso impegnati nel servizio del Vangelo e per molti anni – ormai sono decenni – hanno trasmesso il messaggio e lo trasmettono tuttora.

E poi penso naturalmente alle processioni di san Corbiniano. Allora era ancora consuetudine di aprire il reliquiario. E poiché il Vescovo aveva il suo posto dietro l'urna, potevo guardare direttamente il cranio di san Corbiniano e vedermi così nella processione dei secoli che percorre la via della fede – potevo vedere che, in questa grande "processione dei tempi", possiamo camminare anche noi facendo sì che essa avanzi verso il futuro, una cosa che diventava chiara quando il corteo passava nel chiostro vicino ai tanti bambini lì raccolti, ai quali potevo tracciare sulla fronte la croce di benedizione. In questo momento facciamo ancora quell'esperienza, che cioè stiamo nella grande processione, nel pellegrinaggio del Vangelo, che possiamo essere insieme pellegrini e guide di questo pellegrinaggio e che, seguendo coloro che hanno seguito Cristo, seguiamo con loro Lui stesso ed entriamo così nella luce.

(Discorso del Santo Padre in occasione dell'incontro con i sacerdoti ed i diaconi permanenti della Baviera, Cattedrale di S. Maria e S. Corbiniano, Freising. Giovedì, 14 settembre 2006)

venerdì 24 giugno 2011

Come è maturata la vocazione di Papa Benedetto nel racconto dell'allora cardinale Ratzinger a Peter Seewald ("Il sale della terra")

Grazie alla nostra Gemma, sempre scrupolosissima, leggiamo:

Da Peter Seewald, Joseph Ratzinger, "Il sale della terra: Cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo" – Un colloquio con Peter Seewald, Edizioni San Paolo 2005

Com’e arrivato alla sua vocazione? Quando si è reso conto di ciò a cui era destinato? Una volta Lei ha detto: “Ero convinto – io stesso non so come – che Dio voleva qualcosa da me, che poteva essere raggiunto solo diventando sacerdote”.

Si, ma non c’è stato nessun momento di improvvisa illuminazione, in cui potei riconoscere che sarei diventato prete. Al contrario, questa idea è maturata lentamente in me e ha dovuto essere continuamente rimeditata e fatta propria.
Non potrei nemmeno assegnare una data precisa a questa decisione. Ma mi sono presto reso conto che Dio ha un progetto per ciascun uomo, anche per me, che esiste un piano di Dio per me e così, a poco a poco, mi è apparso chiaro che quel che Egli aveva in mente aveva a che fare con il sacerdozio.

In un tempo successivo ha avuto dei momenti paragonabili a un’illuminazione o un’esperienza di illuminazione in senso proprio?

Per la verità, non ho mai avuto un’illuminazione nel senso classico del termine, come un’esperienza quasi mistica. Sono un cristiano del tutto normale. Ma in un senso più ampio, la fede dona al cristiano una luce.
Insieme con il pensiero, il cristiano ritiene – per dirla con Heidegger – di riuscire a scorgere un po’ di luce oltre i sentieri interrotti.

Dopo che Lei si fu deciso per il sacerdozio, Le è capitato di doversi confrontare con dei dubbi personali, crisi o tentazioni?

Ci sono certamente stati momenti del genere. In particolare, proprio nei sei anni di studio della teologia ci si imbatteva in tanti problemi dell’uomo e in tante domande. Il celibato è davvero ciò che fa per me? Essere parroco è ciò che fa per me? Già venire a capo di queste domande non era sempre una cosa semplice. Ho sempre avuto presente la via da seguire, ma non sono mancati dei momenti di crisi.

In che cosa consistettero queste crisi? Potrebbe ricordare un esempio?

Negli anni in cui studiavo teologia a Monaco dovetti confrontarmi soprattutto con due questioni. Ero affascinato dalla teologia scientifica. Trovavo meraviglioso poter penetrare nel grande mondo della storia della fede; mi si aprivano grandi orizzonti di pensiero e di fede e, nel contempo, imparavo a riflettere sulle domande originarie dell’esperienza umana, che erano poi le stesse domande che riguardavano la mia vita.
Ma mi resi sempre più conto che la chiamata al sacerdozio era molto di più del piacere di fare teologia, anzi, che il lavoro in una parrocchia spesso può distogliere da essa ed esigere tutt’altro tipo di impegni. Non potevo certo studiare teologia per diventare professore universitario, anche se questo era il mio tacito desiderio. Ma il si al sacerdozio significava per me dire si a quel compito nel suo insieme, anche nelle sue forme più semplici.
Dal momento che ero piuttosto timido e poco pratico, che non ero né sportivo né dotato di capacità organizzative o amministrative, dovetti chiedermi se sarei stato capace di entrare in rapporto con le persone – se, per esempio, come coadiutore sarei riuscito a guidare e animare la gioventù cattolica, se sarei stato capace di insegnare religione ai più piccoli, se sarei stato capace di assistere gli anziani e i malati, e così via. Dovetti chiedermi se ero disposto a tutto questo per tutta la vita e se quella era davvero la mia vocazione.
A ciò si aggiungeva, naturalmente, la domanda se sarei stato capace di vivere il celibato per tutta la vita. A quel tempo gli edifici universitari erano distrutti e non c’era spazio per la facoltà di teologia.
Per questo risiedemmo per due anni nel castello di Furstenried e negli edifici da esso dipendenti, alla periferia della città.
Lì si viveva a stretto contatto, professori e studenti, ma anche studenti e studentesse, così che la questione della rinuncia e del suo senso si poneva in termini assai pratici proprio in forma di questa convivenza quotidiana. Mi sono spesso confrontato con queste domande nel bel parco di Furstenried e, ovviamente, nella cappella, finchè nell’autunno del 1950 potei pronunciare un si convinto in occasione della mia ordinazione diaconale.

mercoledì 22 giugno 2011

Il Papa parla della crisi delle vocazioni e della tentazione di trasformare il sacerdozio in una normale professione (Veglia a conclusione dell'Anno Sacerdotale)

Grazie alla ricerca della nostra Gemma rileggiamo la risposta del Santo Padre ad una domanda di un sacerdote in occasione della Veglia a conclusione dell'Anno Sacerdotale.

VEGLIA IN OCCASIONE DELL’INCONTRO INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI A CONCLUSIONE DELL’ANNO SACERDOTALE, 10.06.2010

D. – Beatissimo Padre, sono don Anthony Denton e vengo dall’Oceania, dall’Australia. Questa sera qui siamo in tantissimi sacerdoti. Sappiamo però che i nostri seminari non sono pieni e che, nel futuro, in varie parti del mondo, ci attende un calo, anche brusco. Cosa fare di davvero efficace per le vocazioni? Come proporre la nostra vita, in ciò che di grande e bello c’è in essa, ad un giovane del nostro tempo?

R. – Grazie.
Realmente lei tocca di nuovo un problema grande e doloroso del nostro tempo: la mancanza di vocazioni, a causa della quale Chiese locali sono in pericolo di inaridire, perché manca la Parola di vita, manca la presenza del sacramento dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti. Cosa fare?
La tentazione è grande: di prendere noi stessi in mano la cosa, di trasformare il sacerdozio - il sacramento di Cristo, l’essere eletto da Lui - in una normale professione, in un "job" che ha le sue ore, e per il resto uno appartiene solo a se stesso; e così rendendolo come una qualunque altra vocazione: renderlo accessibile e facile. Ma è una tentazione, questa, che non risolve il problema.
Mi fa pensare alla storia di Saul, il re di Israele, che prima della battaglia contro i Filistei aspetta Samuele per il necessario sacrificio a Dio. E quando Samuele, nel momento atteso, non viene, lui stesso compie il sacrificio, pur non essendo sacerdote (cfr 1Sam 13); pensa di risolvere così il problema, che naturalmente non risolve, perché se prende in mano lui stesso quanto non può fare, si fa lui stesso Dio, o quasi, e non può aspettarsi che le cose vadano realmente nel modo di Dio. Così, anche noi, se svolgessimo solo una professione come altri, rinunciando alla sacralità, alla novità, alla diversità del sacramento che dà solo Dio, che può venire soltanto dalla sua vocazione e non dal nostro "fare", non risolveremo nulla. Tanto più dobbiamo - come ci invita il Signore - pregare Dio, bussare alla porta, al cuore di Dio, affinché ci dia le vocazioni; pregare con grande insistenza, con grande determinazione, con grande convinzione anche, perché Dio non si chiude ad una preghiera insistente, permanente, fiduciosa, anche se lascia fare, aspettare, come Saul, oltre i tempi che noi abbiamo previsto.
Questo mi sembra il primo punto: incoraggiare i fedeli ad avere questa umiltà, questa fiducia, questo coraggio di pregare con insistenza per le vocazioni, di bussare al cuore di Dio perché ci dia dei sacerdoti. Oltre a questo direi forse tre punti.
Il primo: ognuno di noi dovrebbe fare il possibile per vivere il proprio sacerdozio in maniera tale da risultare convincente, in maniera tale che i giovani possano dire: questa è una vera vocazione, così si può vivere, così si fa una cosa essenziale per il mondo. Penso che nessuno di noi sarebbe diventato sacerdote se non avesse conosciuto sacerdoti convincenti nei quali ardeva il fuoco dell’amore di Cristo. Quindi, questo è il primo punto: cerchiamo di essere noi stessi sacerdoti convincenti. Il secondo punto è che dobbiamo invitare, come ho già detto, all’iniziativa della preghiera, ad avere questa umiltà, questa fiducia di parlare con Dio con forza, con decisione.
Il terzo punto: avere il coraggio di parlare con i giovani se possono pensare che Dio li chiami, perché spesso una parola umana è necessaria per aprire l’ascolto alla vocazione divina; parlare con i giovani e soprattutto aiutarli a trovare un contesto vitale in cui possano vivere.
Il mondo di oggi è tale che quasi appare esclusa la maturazione di una vocazione sacerdotale; i giovani hanno bisogno di ambienti in cui si vive la fede, in cui appare la bellezza della fede, in cui appare che questo è un modello di vita, "il" modello di vita, e quindi aiutarli a trovare movimenti, o la parrocchia – la comunità in parrocchia – o altri contesti dove realmente siano circondati dalla fede, dall’amore di Dio, e possano quindi essere aperti affinché la vocazione di Dio arrivi e li aiuti. Del resto, ringraziamo il Signore per tutti i seminaristi del nostro tempo, per i giovani sacerdoti, e preghiamo.
Il Signore ci aiuterà! Grazie a voi tutti!

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

martedì 21 giugno 2011

Il Papa ricorda la sua esperienza nel Seminario di Frisinga ed il fascino dello studio della vita e delle opere di Sant'Agostino

Grazie alla ricerca della nostra Gemma rileggiamo la risposta del Santo Padre ad una domanda sulla sua vocazione.

VISITA AL SEMINARIO ROMANO MAGGIORE IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA MADONNA DELLA FIDUCIA (SABATO 17 FEBBRAIO 2007)

Padre Santo, come era articolata la sua vita nel periodo della formazione al sacerdozio e quali interessi coltivava? Considerando l’esperienza fatta, quali sono i punti cardine della formazione al sacerdozio? In particolare, Maria, quale posto occupa in essa?

“Io penso che la nostra vita, nel nostro seminario di Frisinga, era articolata in modo molto simile al vostro, anche se non conosco precisamente il vostro orario quotidiano.
Si cominciava, mi sembra, alle 6.30, alle 7, con una meditazione di una mezz’ora, nella quale ognuno in silenzio parlava col Signore, cercava di predisporre l’animo alla Sacra Liturgia. Poi seguiva la Santa Messa, la colazione e poi, nella mattinata, le lezioni.

Nel pomeriggio seminari, tempi di studio, e poi ancora la preghiera comune. La sera, i cosiddetti “puncta”, cioè il direttore spirituale o il rettore del seminario, nelle diverse sere, ci parlavano per aiutarci a trovare il cammino della meditazione, non dandoci una meditazione già fatta, ma degli elementi che potevano aiutare ognuno a personalizzare le Parole del Signore che sarebbero state oggetto della nostra meditazione.

Così il percorso giorno per giorno; poi naturalmente c’erano le grandi feste con una bella liturgia, musica… Ma, mi sembra, e forse ritornerò su questo alla fine, che sia molto importante avere una disciplina che mi precede e non dovere ogni giorno, di nuovo, inventare cosa fare, come vivere; c’è una regola, una disciplina che già mi aspetta e mi aiuta a vivere ordinatamente questo giorno.

Adesso, quanto alle mie preferenze, naturalmente seguivo con attenzione, in quanto potevo, le lezioni. Inizialmente, nei due primi anni la filosofia, mi ha affascinato, fin dall’inizio soprattutto la figura di Sant’Agostino e poi anche la corrente agostiniana nel Medioevo: San Bonaventura, i grandi francescani, la figura di San Francesco d’Assisi.

Per me era affascinante soprattutto la grande umanità di Sant’Agostino, che non ebbe la possibilità semplicemente di identificarsi con la Chiesa perché catecumeno fin dall’inizio, ma che dovette invece lottare spiritualmente per trovare man mano l’accesso alla Parola di Dio, alla vita con Dio, fino al grande sì detto alla sua Chiesa.

Questo cammino così umano, dove anche oggi possiamo vedere come si comincia ad entrare in contatto con Dio, come tutte le resistenze della nostra natura debbano essere prese sul serio e poi debbano anche essere canalizzate per arrivare al grande sì al Signore.

Così mi ha conquistato la sua teologia molto personale, sviluppata soprattutto nella predicazione. Questo è importante, perché inizialmente Agostino voleva vivere una vita puramente contemplativa, scrivere altri libri di filosofia…, ma il Signore non l’ha voluto, l’ha fatto sacerdote e vescovo e così tutto il resto della sua vita, della sua opera, si è sviluppato sostanzialmente nel dialogo con un popolo molto semplice. Egli dovette sempre, da una parte, trovare personalmente il significato della Scrittura e, dall’altra, tenere conto della capacità di questa gente, del loro contesto vitale, e arrivare a un cristianesimo realistico e nello stesso tempo molto profondo.

Poi, naturalmente per me era molto importante l’esegesi: abbiamo avuto due esegeti un po’ liberali, ma tuttavia grandi esegeti, anche realmente credenti,che ci hanno affascinati. Posso dire che, realmente, la Sacra Scrittura era l’anima del nostro studio teologico: abbiamo realmente vissuto con la Sacra Scrittura e imparato ad amarla, a parlare con essa. Poi ho già detto della Patrologia, dell’incontro con i Padri.

Anche il nostro insegnante di dogmatica era persona allora molto famosa, aveva nutrito la sua dogmatica con i Padri e con la Liturgia. Un punto molto centrale era per noi la formazione liturgica: in quel tempo non c’erano ancora cattedre di Liturgia, ma il nostro professore di Pastorale ci ha donato grandi corsi di liturgia e lui, al momento, era anche Rettore del seminario e così, liturgia vissuta e celebrata e liturgia insegnata e pensata andavano insieme. Questi, insieme con la Sacra Scrittura, erano i punti scottanti della nostra formazione teologica. Di questo sono sempre grato al Signore, perché insieme sono realmente il centro di una vita sacerdotale.

Altro interesse era la letteratura: era obbligatorio leggere Dostoevskij, era la moda del momento, poi c’erano i grandi francesi: Claudel, Mauriac, Bernanos, ma anche la letteratura tedesca; c’era anche una edizione tedesca del Manzoni: non parlavo in quel tempo italiano. Così abbiamo un po’, in questo senso, anche formato il nostro orizzonte umano. Un grande amore era anche la musica, come pure la bellezza della natura della nostra terra. Con queste preferenze, queste realtà, in un cammino non sempre facile, sono andato avanti. Il Signore mi ha aiutato ad arrivare fino al sì del sacerdozio, un sì che mi ha accompagnato ogni giorno della mia vita”.

© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana